
Avete presente la pubblicità della Nike quella dell’omino nero, la testa tonda, gli angoli del corpo smussati? Era molto simile a quella figura convenzionale che si vede appiccicata alle porte per indicare la possibilità di accesso riservata ai soli uomini. Nella pubblicità è veloce, abile, flessibile, smontabile, adattabile e compete con la palla da basket con i ragazzi del bronx. Del resto anche l’ultima pubblicità della multinazionale dello sport è fondata sulla capacità di “saper giocare” nel villaggio globale, dove ognuno compete per avere un posto dove appoggiare il culo. Forse è proprio così che ci vede il sistema. Forse è cosi che ci vorrebbero: sul lavoro, nei rapporti interpersonali e familiari, nella scuola e nell’università, negli acquisti. L’uomo della modernità non può non avere queste caratteristiche se vuole vincere nella lotta giornaliera di sopravvivenza nell’arena della competizione sociale.
Ci avevano detto che il novecento avrebbe portato via le ideologie; che numerosi eventi di portata storica avevano cancellato i sistemi ideologici, soprattutto quelli negativi (il fascismo e il nazismo per certi versi, il comunismo per altri). Ma il nuovo millennio sembra tutt’affatto scevro di ideologismi ed estremismi. Esso si apre all’insegna del vincitore del XX secolo, di chi ha saputo scontrarsi e poi vincere: il Capitalismo. Essendo rimasto il solo competitore in occidente (già scontrandosi però con altri estremismi orientali) è assurto a credo unico, trasformandosi lentamente e inesorabilmente, con un’opera al dire il vero già in precedenza avviata, nel Neolibersimo. Il mercato non è più soltanto un luogo di rappresentazione articolato di soggetti, ma un’astrazione metafisica, un valore assoluto portatore di modi di agire, mode, linguaggi globali (molto spesso “catturati” dall’uso comune o da quello valoriale). A questo sono possibili solo due alternative: omologarsi o “dissentire”.
Mi è venuto di pensare al film di Michael Moore, quando ho visto per la prima volta a Lecce i poliziotti di quartiere. In Bowling A Colombine, questo regista americano dimostra come il sistema statunitense attua il controllo e il consenso sociale attraverso la ripetuta e costante paura psicologica perpetrata socialmente ai cittadini. La paura del diverso, dell’estraneo che ti entra in casa, del malvivente della strada, la paura del colore della pelle scuro, dello “stato canaglia”: sono tutti espedienti usati, molto anche dall’industria delle armi, per tenere sotto costante pressione i cittadini, per farli stare sul “chi va là ?”. Anche Matt Groening in una puntata dei Simpson si cimentò qualche tempo prima in questa dimostrazione: il fascino della pistola, la giustizia privata modello “Law and Order” in perfetto stile Holliwoodiano, sino ad arrivare alle guerre sante e liberatorie. Noi potremmo rifarci alla Legge Bossi-Fini, alle sparate contro i musulmani. Ma quello dei poliziotti di quartiere potrebbe essere ancora più eclatante come esempio. Mi sono chiesto, quindi, quanti fossero gli omicidi, gli stupri individuali e collettivi, le rapine, gli scippi, le violenze in genere, i furti, che il quartiere del centro storico e i suoi cittadini devono subire da poter ingenerare tale scelta. Sta di fatto che anche di notte qualunque “essere sospetto” si aggiri per quelle vie non è immune da controlli. Ecco un altro espediente del sistema: creare falsi bisogni, illudere di protezione e sicurezza creando elementi di insicurezza, innalzando lo scontro tra diseguali, la paura dell’altro. Giusto! Gli interessi delle boutique, dei negozi di pellicce e delle gioiellerie vanno tutelati, l’economia gira nelle buste della nostra spesa (e tante grazie), e bisogna proteggersi, anche se solo illusoriamente e psicologicamente. Mi verrebbe da ricordare che forse sarebbe meglio una scuola ad un carcere, come diceva Victor Hugo. Mi viene da pensare, in fine, a quella città che era Lecce agli inizi degli anni novanta. Gli studenti fuori sede e quelli universitari in genere, i gruppi e gruppetti appena nati di pizzica, artisti di strada, prendevano d’assalto il centro storico in qualsiasi ora del giorno e giorno della settimana. Non vi era strada dalla quale non si potesse intrasentire musica, o semplicemente cantare, gridare, ridere, assistere ad uno spettacolo. Era un periodo di forte creativismo e protagonismo non tradizionale, avvolte anche individuale, non schematizzabile.
Nell’epoca della “globalizzazione psicologica”, era collettiva l’esigenza del ritorno alla pòlis, alle tradizioni storiche, al localismo, alle esigenze legate alle singole comunità. Vivere in una città, studiare in un’altra, dialogare in tempo reale attraverso internet, mangiare lo steso hamburger che si potrebbe acquistare ad Hong Kong: tutto ciò sfida la sicurezza delle persone, soprattutto dei più giovani, rende vulnerabili e permeabili. Tornare a tradizioni storiche condivise da una comunità era l’atteggiamento più normale, e in quegli anni si concretizzò nell’esplosione della “salentinità” modello sud sound system e nella pizzica poi. Poi la militarizzazione della città, iniziando dalla chiusura di Piazza Duomo e dal divieto di utilizzo di bottiglie di vetro dopo un certo orario, e forse un giorno si arriverà alla chiusura anticipata dei pub, alle telecamere e ai vigili notturni.
Un giorno in un ipermercato trovai lo scaffale delle bandiere della pace (!) svuotato, letteralmente preso d’assalto dai clienti. Abituato a raccattare bandiere alle manifestazioni di piazza e senza pagarle, rimasi stupito delle esigenza di avere una bandiera per balcone, tanto da doverla acquistare. Tempo dopo, trovandomi di prima mattina sul balcone, un’anziana signora che disponeva a mostra di tutti la sua bandiera della pace mi sorrise, “dobbiamo farci vedere, dobbiamo anche sentirci di più, capire chi e quanti siamo” disse. Dopo tanti anni, quello delle bandiere arcobaleno è il primo fenomeno non di moda, seppur collettivo, e di partecipazione militante, seppur non tradizionale, che la storia dei movimenti abbia conosciuto. Ieri, al tempo della guerra, era l’esigenza di dissentire, di non chiudersi in un colpevole silenzio; oggi, quella di dire che per noi la pace si sta ancora costruendo e che la guerra non è finita. Quello che è successo non può essere minimizzato, né dimenticato. Unire i balconi delle città in un ideale abbraccio multicolore, esprime forse un’esigenza più profonda, una voglia recondita di stare insieme, di creare esperienze. Anche da questo punto di vista Lecce si sta risvegliando, finalmente! E le bandiere continuano a stare lì ancora oggi.
Ma attenzione: le voglie, la rabbia e la passione, gli impeti ideali hanno due strade quando rimangono per molto tempo inespressi o peggio repressi: la violenza o la sottomissione.
Il nome ZEI infondo nasce anche da quella esperienza storica dei "Partigiani della Pace" che in Grecia negli anni ’60 lottavano contro la repressione politica e militare in atto e il cui esponente venne ucciso dalla violenza delle divise e dall’ ignoranza dei servi.
Da queste constatazioni nasce il nostro progetto. Creare spazi di libera espressione, di diffusione di cultura, rendere accessibile formazione e informazione comunicativa, parlare del “non detto” e del sottaciuto, creare un’alternativa, un intrattenimento informale. Partiamo da ciò che siamo, ambendo a ciò che desideriamo. Va ricostruito un tessuto connettivo di questa città e della nostra Provincia; vanno messe a sistema le realtà, creato un arcipelago coerente di esperienze che si basano su valori e ideali comuni, anche perseguendo percorsi paralleli che rispettino le differenze.
Non bisogna fare l’errore di chiudersi a corte, di creare distacco, esclusività, èlitarismo intellettuale. Non riconoscersi non significa rifuggire, nascondersi nei vicoli. Anzi, contaminiamoci, entriamo addirittura nelle case e nelle macchine della gente, nelle stanze dei ragazzi, negli uffici e sui luoghi di lavoro, per le piazze; ascoltiamo buona musica, leggiamo un libro, discutiamo, guardiamo un film. Resistiamo.
Il circolo ARCI a Lecce
Non è una scelta casuale quella di volersi affiliare all’Arci. A quest’associazione ci legano le esperienze di mobilitazioni e di lotta sui vari fronti: la scuola e l’università pubblica, l’ambiente, la diffusione culturale e gli eventi musicali, la globalizzazione dei diritti nel movimento dei movimenti, il mondo del lavoro, la battaglia per i diritti dei migranti, ecc. L’Arci rappresenta inoltre, un’associazione storica, radicata sul territorio, riconosciuta e che garantisce indipendenza, pluralismo e autonomia, caratteristiche assolutamente congeniali al nostro progetto.
Se battaglia di cambiamento deve esserci, per noi non può prescindere dalla cultura. La sfida deve essere quella di creare spazi di creativismo autonomo, di libera arte, di spontaneità artistica, la possibilità di accogliere dibattiti i più disparati, oltre a volerli in prima istanza favorire e organizzare noi stessi. In definitiva, il nostro circolo non sarà semplicemente il luogo alternativo dove “consumare”, ma il contenitore di un circuito culturale e associativo, un network di esperienze anche individuali.
